Quando qualcuno mi chiede dell'intelligenza artificiale, quasi sempre pensa che sia nata due o tre anni fa, insieme alle chat che oggi usiamo tutti. In realtà è una storia lunga più di settant'anni, fatta di intuizioni geniali, previsioni sbagliate e momenti che sembrano usciti da un film. Ne ho raccolti alcuni: sono tutti verificabili e, secondo me, aiutano a guardare gli strumenti di oggi con occhi diversi.
1950: una domanda al posto di una definizione
Nel 1950 il matematico britannico Alan Turing pubblicò sulla rivista Mind un articolo intitolato «Computing Machinery and Intelligence». Si apre con una domanda semplicissima: le macchine possono pensare? Turing però capì subito che discutere su cosa voglia dire «pensare» avrebbe portato in un vicolo cieco. Così propose un gioco.
Lo chiamò gioco dell'imitazione: una persona fa domande per iscritto a due interlocutori nascosti, un essere umano e una macchina, e deve capire chi è chi. Se la macchina riesce a confonderla abbastanza spesso, ha senso dire che si comporta in modo intelligente. È quello che oggi tutti chiamano test di Turing. La cosa curiosa è che Turing non lo presentò come un esame ufficiale con una soglia da superare: era un modo per spostare la discussione da una definizione filosofica a qualcosa che si può osservare.
1956: il nome nasce in una proposta per un seminario estivo
L'espressione «intelligenza artificiale» compare in un documento del 1955: la proposta per un seminario da tenere l'estate successiva al Dartmouth College, negli Stati Uniti, firmata da John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon. Gli autori erano piuttosto ottimisti: pensavano che un gruppo di ricercatori scelti, lavorando insieme per un'estate, potesse fare progressi significativi su problemi come far usare il linguaggio alle macchine. Settant'anni dopo ci stiamo ancora lavorando.
1966: ELIZA, la chatbot a cui le persone si confidavano
Tra il 1964 e il 1966, al MIT, Joseph Weizenbaum scrisse ELIZA, un programma che conversava in inglese. Il suo copione più famoso, chiamato DOCTOR, imitava uno psicoterapeuta che rimanda le domande al paziente. Scrivevi «mia madre non mi capisce» e lui rispondeva qualcosa come «parlami della tua famiglia».
Il trucco era quasi banale: ELIZA cercava parole chiave nella frase e le inseriva in risposte preconfezionate, ribaltando i pronomi. Non capiva nulla. Eppure le persone ci si affezionavano. Weizenbaum racconta, nel suo libro Computer Power and Human Reason del 1976, che la sua segretaria, pur avendolo visto lavorare al programma per mesi, dopo pochi scambi gli chiese di uscire dalla stanza per poter continuare la conversazione da sola.
Quella reazione lo turbò al punto da trasformarlo in uno dei critici più lucidi dell'informatica del suo tempo. Oggi la tendenza ad attribuire comprensione ed emozioni a un programma che produce frasi sensate si chiama proprio effetto ELIZA. Ricordarsene, quando una chat ci sembra «empatica», non fa male.
1958: il neurone artificiale che finì sui giornali
Nel 1958 lo psicologo Frank Rosenblatt presentò il perceptron, un modello ispirato in modo molto semplificato ai neuroni del cervello, capace di imparare a distinguere forme semplici a partire da esempi. Se ne parlò anche sui quotidiani. Poi, nel 1969, Marvin Minsky e Seymour Papert pubblicarono il libro Perceptrons, che ne mostrava i limiti matematici nella versione a un solo strato, e l'entusiasmo per quell'approccio si raffreddò per anni. Ironia della sorte: le reti neurali moderne, quelle dietro le chat di oggi, discendono proprio da quell'idea.
Gli «inverni» dell'AI
La storia dell'intelligenza artificiale non è una linea retta verso l'alto. Ci sono stati periodi, a metà degli anni Settanta e poi verso la fine degli anni Ottanta, in cui le promesse non mantenute portarono a tagli ai finanziamenti e a un calo generale di interesse. Gli addetti ai lavori li chiamano inverni dell'AI. Lo trovo un buon promemoria: entusiasmo e delusione arrivano spesso a ondate, e la verità di solito sta nel mezzo.
1997 e 2016: le partite che hanno cambiato la percezione
Nel maggio 1997 Deep Blue, un computer di IBM, vinse un incontro di sei partite contro il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov. Era una rivincita: l'anno prima aveva vinto Kasparov. Deep Blue però non «ragionava» come un essere umano: valutava un numero enorme di posizioni al secondo grazie a hardware progettato apposta.
Nel marzo 2016 AlphaGo, sviluppato da DeepMind, batté 4 a 1 Lee Sedol, uno dei più forti giocatori di Go al mondo. Il Go era considerato molto più difficile degli scacchi per un computer, perché le posizioni possibili sono un numero sterminato. Nella seconda partita AlphaGo giocò una mossa, la famosa «mossa 37», che molti commentatori in un primo momento presero per un errore. Si rivelò decisiva. Lee Sedol, però, vinse la quarta partita con una mossa altrettanto sorprendente: un bel promemoria che anche gli esseri umani sanno stupire.
Cosa mi porto a casa
- Molte idee di fondo sono vecchie di decenni: negli ultimi anni sono cambiate soprattutto la quantità di dati e la potenza di calcolo a disposizione.
- Sembrare intelligenti e capire davvero sono due cose diverse: ELIZA lo dimostrava già negli anni Sessanta.
- Le previsioni sull'AI, in un senso o nell'altro, sono spesso sbagliate. Meglio provarla con curiosità e spirito critico.
Nel prossimo articolo della serie entro un po' più nel dettaglio di come funzionano le chat di oggi e del perché, ogni tanto, si inventano le cose con grande sicurezza: lo trovi qui, perché l'AI a volte inventa le cose.